Il sassolino nella testa
lunedì 18 febbraio 2013
lunedì 31 dicembre 2012
Il senso di Smilla per la neve
Qualche settimana fa, un venerdì ha cominciato a nevicare.
Nel timore di restare bloccato in città a causa della neve, ho preferito uscire in anticipo dal lavoro e salire in autobus nella speranza di tornare a casa ad un orario semi-decente.
Nonostante la neve scendesse a fitti fiocchi, le strade non erano affatto impraticabili e così, per un puro colpo di fortuna, mi sono ritrovato a terminare il viaggio di ritorno ben prima delle quattro.
Per un altro colpo di fortuna, quella mattina avevo portato con me la mia fida reflex e ho così deciso, vista l'ora, di dirigermi verso casa passando per il parco nella speranza di fare qualche foto interessante.
La neve mi ha sempre affascinato ma ora, forse a causa della mia acuita attenzione per le forme, cominciavo a chiedermi perchè una scena innevata fosse così intrigante e fotogenica.
Eppure, a rifletterci, avrebbe dovuto essere proprio il contrario: la neve cancella i colori e nasconde i fili d'erba, le foglie, le pieghe del terreno.
Come poteva essere così affascinate una scena resa così povera dalla bianca coltre?
Ed è stato in quel momento che tutto ciò che avevo letto di fotografia negli ultimi due anni ha cominciato a diventarmi improvvisamente più chiaro.
"In fotografia, meno spesso è di più".
In tutti i manuali, di qualsiasi livello, si consiglia sempre di semplificare l'inquadratura, di includere solamente ciò che è necessario per quello che si vuole comunicare.
Ed ecco che, improvvisamente, era chiaro che proprio il rimuovere i dettagli ed i colori era ciò che rendeva le scene innevate così interessanti.
Tolte tutte le distrazioni inutili, davanti ai miei occhi apparivano solo le forme ed i motivi essenziali della scena, senza che dettagli irrilevanti come la trame della corteccia di un albero potessero deviare la mia attenzione.
| Tre cerbiatti sulla neve |
In una giornata di sole, magari in autunno, una foto come quella qui sopra avrebbe potuto voler dire qualsiasi cosa. Magari avrebbe voluto essere la foto dei colori dell'autunno, magari della possenza dell'albero, magari erano i cerbiatti.
Invece, sotto la neve e sostanzialmente monocromatica, riesce in modo molto più efficace a trasmettere la sensazione di contemplazione e di calma che era mia intenzione trasmettere.
| Reiette |
Questa foto la scattai a maggio, durante una rievocazione storica, e le figuranti rappresentavano i tintori di stoffa che, a causa dell'urina utilizzata per tingere i tessuti, erano emarginati per il cattivo odore che emanavano.
Il colore avrebbe aggiunto qualcosa, all'idea che la foto vuole suggerire? Io credo che, proprio come nel caso della neve, l'aver rimosso un dettaglio insignificante ma fortemente distraente renda l'immagine molto più intensa.
Da alcuni miei compagni di fotografia mi è stato suggerito che se una delle ragazze avesse guardato in macchina la foto sarebbe stata ancora migliore.
Forse hanno ragione, ma io sono dell'idea che (ancora) aver rimosso una componente così importante come un viso renda la foto migliore perchè, oltre a trasmettere l'emarginazione, trasmette anche l'omologazione di questi reietti: essi non hanno un nome, sono tutti uguali, tutti ugualmente disprezzati.
![]() |
| Lo scricchiolio del mondo |
E quel riflesso viene minacciato da un'incrinatura che minaccia di allargarsi sempre di più e mandarci in frantumi la terra sotto i piedi.
Ci fossero state delle nuvole, sullo sfondo, la foto sarebbe stata migliore?
Ancora una volta, io non credo: un fondale più movimentato avrebbe catturato l'attenzione e distratto dal messaggio della foto.
La fotografia è un linguaggio menomato, primo di parole, di tridimensionalità, di profumi, di suoni.
E forse è proprio questa menomazione la sua forza, perchè permette di rendere partecipe l'osservatore e spingerlo a completare il messaggio, a riempire l'immagine con i propri pensieri e le proprie emozioni.
Ma se la foto è caotica e confusa tra mille stimoli, chi osserva difficilmente riuscirà a creare una storia da cucire addosso a ciò che vede perchè, in effetti, vedrà troppo e la storia da creare diventerebbe troppo complessa e caotica a sua volta.
La neve, però, svuota le immagini dei dettagli irrilevanti. E ci rende possibile creare una storia.
| Il sentiero |
venerdì 28 dicembre 2012
Bellezza nella diversità
Oggi stavo tornando a casa su un autobus pieno zeppo di studenti appena usciti dalle scuole.
Solitamente sono una persona che non ama affatto la confusione e, credo non ci siano dubbi, un autobus pieno di studenti è una delle molte definizioni di "confusione".
Ma questa volta è andata diversamente.
Forse è grazie alla notte di sonno di cui avevo appena goduto, forse del piacere e della soddisfazione che avevo provato la mattina nello scattare fotografie alla città immersa nella nebbia, ma questa volta è stato un piacere ascoltare questo vociare allegro.
Ben presto, da quella cacofonia quasi incomprensibile, sono emerse le voci di tre studentesse probabilmente marocchine che, qualche passo dietro di me, parlavano tra di loro di argomenti da studentesse.
O almeno credo fossero quelli gli argomenti, perchè le tre ragazze alternavano senza alcuna fatica frasi in arabo a frasi o parole in italiano.
Una di loro, un dato momento, ha prodotto una frase complemente in arabo ad eccezione della parola "certificato".
Devo ammettere che ero affascinato da questa loro capacità.
Ho chiuso gli occhi ed ho cominciato ad ascoltarle, ad ascoltarne il suono della voce.
Mentre assaporavo le sillabe come fossero note musicali (e per me lo erano, essendomi incomprensibile il significato di quanto veniva detto) ho cominciato a divagare con la mente su queste giovani persone, sul loro mondo che è anche il nostro e che loro stanno cambiando in un mondo in cui i nomi arabi o albanesi o russi stanno diventando comuni tanto quanto quelli italiani.
Sono abbastanza vecchio per ricordare un'Italia in cui c'erano ancora i terroni ed in cui non esistevano le persone di colore ma solo i negri.
Ed erano strani, i pochissimi negri: erano alieni scesi letteralmente da un altro pianeta, e si faticava a non fissarli per quella loro pelle così scura.
Ed ora eccoci qui, pochi decenni dopo, con un paese multietnico.
Anzi no: eccoci qui con un popolo multietnico.
Ho girato la testa verso queste ragazze e le ho viste sicure e completamente a loro agio.
E perchè mai non dovrebbero esserlo? Sono nate qui, parlano italiano, hanno amici italiani: l'Italia è la loro casa.
Nella loro sicurezza, nella loro tranquillità io ho visto la bellezza di un popolo con molte anime e molti visi e molti colori, e la cosa mi ha affascinato.
Per decenni la pubblicità ci ha venduto il mantra della nostra unicità: tu sei unico, sei differente da tutti gli altri.
Beh, eccoci qui, realmente differenti gli uni dagli altri e non solo per dettagli insignificanti quali la marca di shampoo che usiamo o di vestiti che indossiamo, ma per cose importanti come il credo religioso, le opinioni morali, i gusti estetici.
Nonostante sia ben cosciente dei problemi sociali o morali che ci troveremo ben presto ad affrontare, io non sono intimorito, anzi: sono affascinato.
Sono affascinato da questo concetto così astratto della diversità di opinioni diventare sotto i miei occhi un qualcosa di molto concreto, da toccare con mano ogni giorno.
Sono affascinato dal pensiero che la ragazzina che ho di fronte possa vedere il mondo non solo in un modo che non immagino ma, per parafrasare Einstein, in un modo che nemmeno posso immaginare.
Sono affascinato dall'idea che ben presto ci troveremo a discutere di diritti e libertà che trent'anni fa erano perfino inconcepibili.
E no, niente di tutto questo mi spaventa.
Fortunatamente il mio vissuto mi ha portato a non temere le diversità, a non considerarle come una minaccia.
Oggi si parla molto di terrorismo, di immigrazione clandestina e di islamizzazione ma io non ho visto niente di tutto questo negli occhi di quelle tre ragazze nè negli occhi dei molti altri ragazzi e giovani uomini di altre etnie che incontro ogni giorno sull'autobus.
Quello che ho visto è quello che vedo negli occhi di tutti: il desiderio di una vita tranquilla e significativa.
Solitamente sono una persona che non ama affatto la confusione e, credo non ci siano dubbi, un autobus pieno di studenti è una delle molte definizioni di "confusione".
Ma questa volta è andata diversamente.
Forse è grazie alla notte di sonno di cui avevo appena goduto, forse del piacere e della soddisfazione che avevo provato la mattina nello scattare fotografie alla città immersa nella nebbia, ma questa volta è stato un piacere ascoltare questo vociare allegro.
Ben presto, da quella cacofonia quasi incomprensibile, sono emerse le voci di tre studentesse probabilmente marocchine che, qualche passo dietro di me, parlavano tra di loro di argomenti da studentesse.
O almeno credo fossero quelli gli argomenti, perchè le tre ragazze alternavano senza alcuna fatica frasi in arabo a frasi o parole in italiano.
Una di loro, un dato momento, ha prodotto una frase complemente in arabo ad eccezione della parola "certificato".
Devo ammettere che ero affascinato da questa loro capacità.
Ho chiuso gli occhi ed ho cominciato ad ascoltarle, ad ascoltarne il suono della voce.
Mentre assaporavo le sillabe come fossero note musicali (e per me lo erano, essendomi incomprensibile il significato di quanto veniva detto) ho cominciato a divagare con la mente su queste giovani persone, sul loro mondo che è anche il nostro e che loro stanno cambiando in un mondo in cui i nomi arabi o albanesi o russi stanno diventando comuni tanto quanto quelli italiani.
Sono abbastanza vecchio per ricordare un'Italia in cui c'erano ancora i terroni ed in cui non esistevano le persone di colore ma solo i negri.
Ed erano strani, i pochissimi negri: erano alieni scesi letteralmente da un altro pianeta, e si faticava a non fissarli per quella loro pelle così scura.
Ed ora eccoci qui, pochi decenni dopo, con un paese multietnico.
Anzi no: eccoci qui con un popolo multietnico.
Ho girato la testa verso queste ragazze e le ho viste sicure e completamente a loro agio.
E perchè mai non dovrebbero esserlo? Sono nate qui, parlano italiano, hanno amici italiani: l'Italia è la loro casa.
Nella loro sicurezza, nella loro tranquillità io ho visto la bellezza di un popolo con molte anime e molti visi e molti colori, e la cosa mi ha affascinato.
Per decenni la pubblicità ci ha venduto il mantra della nostra unicità: tu sei unico, sei differente da tutti gli altri.
Beh, eccoci qui, realmente differenti gli uni dagli altri e non solo per dettagli insignificanti quali la marca di shampoo che usiamo o di vestiti che indossiamo, ma per cose importanti come il credo religioso, le opinioni morali, i gusti estetici.
Nonostante sia ben cosciente dei problemi sociali o morali che ci troveremo ben presto ad affrontare, io non sono intimorito, anzi: sono affascinato.
Sono affascinato da questo concetto così astratto della diversità di opinioni diventare sotto i miei occhi un qualcosa di molto concreto, da toccare con mano ogni giorno.
Sono affascinato dal pensiero che la ragazzina che ho di fronte possa vedere il mondo non solo in un modo che non immagino ma, per parafrasare Einstein, in un modo che nemmeno posso immaginare.
Sono affascinato dall'idea che ben presto ci troveremo a discutere di diritti e libertà che trent'anni fa erano perfino inconcepibili.
E no, niente di tutto questo mi spaventa.
Fortunatamente il mio vissuto mi ha portato a non temere le diversità, a non considerarle come una minaccia.
Oggi si parla molto di terrorismo, di immigrazione clandestina e di islamizzazione ma io non ho visto niente di tutto questo negli occhi di quelle tre ragazze nè negli occhi dei molti altri ragazzi e giovani uomini di altre etnie che incontro ogni giorno sull'autobus.
Quello che ho visto è quello che vedo negli occhi di tutti: il desiderio di una vita tranquilla e significativa.
giovedì 20 dicembre 2012
Volevo fare l'eroe.
Quando sono diventato volontario della croce rossa, io volevo fare l'eroe.
Volevo passare la notte in sede guardando la televisione fino all'inevitabile squillo del telefono con cui il 118 richiedeva il nostro intervento.Volevo correre verso l'ambulanza, zaino sanitario in spalla, pronto a prestare soccorso sul luogo di un incidente stradale, ad una persona colpita d'infarto oppure ad un bambino in fin di vita.
Mi immaginavo mentre praticavo il massaggio cardiaco oppure mentre estraevo dalle lamiere contorte un corpo esamine e sanguinante, fra parenti disperati ai quali dichiaravo con sicumera che tutto andrà per il meglio.
Immaginavo di trovarmi davanti a scene terribili, tragiche o sconvolgenti e, nonostante tutto, riuscire a mantenermi lucido e distaccato.
Mi immaginavo, alla fin fine, come gli eroi dei film che salvano vite e poi tornano a casa e chiaccherando del tempo, quasi che salvare vite fosse la norma.
Ovviamente non è così che succede
No, non mi sono fatto prendere dal panico: la fortuna di prestare servizio in croce rossa è che non si è mai soli.E no, la mia vita non è stata sconvolta da alcun paziente che ci è deceduto durante un intervento (anche se, purtroppo, è un'eventualità possibile).
Semplicemente succede che si matura.
Succede di intervenire sul luogo di un incidente stradale in cui due auto si sono scontrate ad un incrocio.
Nessuno dei due conducenti, gli unici coinvolti, ha ferite preoccupanti.La ragazza (uno dei due conducenti) viene trasportata in barella e con il collarino, ma è solo una precauzione: ha ricevuto il colpo dal fianco, quindi la remota possibilità di traumi c'è.
L'altro conducente, un ragazzo, è solo un pò agitato, ma con l'ambulanza li trasportiamo comunque entrambi al pronto soccorso.
Ed è così che tu, soccorritore, cominci a maturare: la ragazza comincia a piangere per lo spavento, mentre il ragazzo continua a ripetere che forse doveva stare attento, che è colpa sua, che gli dispiace.
Entrambi sono spaventati, si sentono in colpa, e nessuna delle tue competenze tecniche ti è d'aiuto: non c'è bisogno del massaggio cardiaco, non c'è bisogno dell'ossigeno.
C'è solo bisogno di comprensione e di capacità di ascoltarli. Ed è più difficile di quanto tu potessi immaginare fino a quel momento.
Succede di trasportare un paziente anziano dal pronto soccorso del tuo paese all'ospedale del paese vicino per degli esami.
Tu arrivi al pronto soccorso, movimenti il paziente da una barella all'altra come ti hanno insegnato a fare, lo porti in ambulanza e, mentre ti dirigi verso la tua destinazione, prendi i parametri vitali.La pressione è normale, anche la saturazione.
E anche se non lo fossero tu sei addestrato: hai l'ossigeno, hai il pallone ambu, hai il defibrillatore.
Sei pronto a tutto.
A tutto tranne allo sguardo di quest'uomo, lo sguardo di un'uomo che ha lavorato tutta una vita nei campi, che ha cresciuto e nutrito cinque figli senza mai tirarsi indietro e che ora, improvvisamente, non riesce nemmeno più a muoversi.
E tu, soccorritore, cominci a chiederti come deve sentirsi, quest'uomo, a dover dipendere in tutto e per tutto dagli altri.
Come ti sentiresti tu a non poter nemmeno andare in bagno da solo?
Succede di trasportare al pronto soccorso un paziente neoplastico con una crisi respiratoria.
Questo è facile, pensi: monitoraggio continuo dei segni vitali, somministrazione di ossigeno, eventuale rianimazione.
Questo lo sai fare, sei preparato.
Quello a cui non sei preparato è la persona che c'è dietro il termine "paziente".
Non sei preparato alla sua consapevolezza che, forse, questo sarà il suo ultimo viaggio.
Forse, addirittura, il suo ultimo viaggio finirà qui, sulla nostra barella, nell'ambulanza che corre a sirene spiegate, circordato da estranei.
Ma arrivi al pronto soccorso e lo passi in consegna ai medici e agli infermieri, mentre i parenti sono già in sala d'attesa.
Gli sguardi tuoi e del personale del pronto soccorso non lasciano molti dubbi su ciò che si pensa.
Poi saluti il paziente, torni in sede e per quella sera non ti chiamano più.
Così, finito il turno, te ne vai a dormire.
Questo lo sai fare, sei preparato.
Quello a cui non sei preparato è la persona che c'è dietro il termine "paziente".
Non sei preparato alla sua consapevolezza che, forse, questo sarà il suo ultimo viaggio.
Forse, addirittura, il suo ultimo viaggio finirà qui, sulla nostra barella, nell'ambulanza che corre a sirene spiegate, circordato da estranei.
Ma arrivi al pronto soccorso e lo passi in consegna ai medici e agli infermieri, mentre i parenti sono già in sala d'attesa.
Gli sguardi tuoi e del personale del pronto soccorso non lasciano molti dubbi su ciò che si pensa.
Poi saluti il paziente, torni in sede e per quella sera non ti chiamano più.
Così, finito il turno, te ne vai a dormire.
E poi, la mattina dopo, allo specchio cominci a vederti per come sei.
Ti guardi e cominci a vedere quella ragazza con la crisi di pianto, perchè forse anche tu in quella situazione saresti stato abbastanza scosso da piangere.
Oppure ti vedi quello sguardo umiliato di chi non può andare più in bagno da solo ed è costretto a farsi pulire da un estraneo.
E vedi anche quello sguardo assieme rassegnato, spaventato e speranzoso di un malato terminale, perchè con un cancro in fase terminale anche tu ti attaccheresti con le unghie ad ogni briciola di folle speranza ben sapendo che comunque perderai.
Capisci che noi uomini e donne, e tu sei fra questi, non siamo così forti e sicuri come amiamo credere, che siamo andati sulla luna ma abbiamo ancora paura del buio.
Capisci che oggi ti senti padrone del mondo, ma domani di questa avventura meravigliosa e terribile chiamata vita potresti essere un passeggero se non, addirittura, un bagaglio.
Capisci che tu, sì proprio tu, in fondo in fondo non sei così superiore come ti piace raccontarti nel segreto dei tuoi pensieri.
Capisci che, un giorno, potrebbe capitare a te di avere attorno un gruppo di estranei con delle divise arancioni ed i guanti chirurgici alle mani che per un qualche motivo ti palpano ovunque, ti spogliano, ti girano da una parte all'altra e poi mettono in barella e ti portano in giro come un sacco perchè sei troppo debole anche per respirare.
Oppure ti vedi quello sguardo umiliato di chi non può andare più in bagno da solo ed è costretto a farsi pulire da un estraneo.
E vedi anche quello sguardo assieme rassegnato, spaventato e speranzoso di un malato terminale, perchè con un cancro in fase terminale anche tu ti attaccheresti con le unghie ad ogni briciola di folle speranza ben sapendo che comunque perderai.
Capisci che noi uomini e donne, e tu sei fra questi, non siamo così forti e sicuri come amiamo credere, che siamo andati sulla luna ma abbiamo ancora paura del buio.
Capisci che oggi ti senti padrone del mondo, ma domani di questa avventura meravigliosa e terribile chiamata vita potresti essere un passeggero se non, addirittura, un bagaglio.
Capisci che tu, sì proprio tu, in fondo in fondo non sei così superiore come ti piace raccontarti nel segreto dei tuoi pensieri.
Capisci che, un giorno, potrebbe capitare a te di avere attorno un gruppo di estranei con delle divise arancioni ed i guanti chirurgici alle mani che per un qualche motivo ti palpano ovunque, ti spogliano, ti girano da una parte all'altra e poi mettono in barella e ti portano in giro come un sacco perchè sei troppo debole anche per respirare.
Volevo fare l'eroe.
Quando sono diventato volontario della croce rossa, io volevo fare l'eroe, volevo salvare vite umane come si vede fare nei film.
No, non mi interessava aiutare gli altri: volevo solo fare l'eroe.
Due anni fa questa motivazione sarebbe rimasta ben nascosta nella mia testa, forse nascosta perfino a me stesso. Ora non più.
Ora so che nel profondo sono umano, non sono diverso da una ragazza spaventata nè da un uomo che ha perso ogni forza nè da un malato terminale circondato da estranei nè da ogni altro essere umano su questo pianeta.
Anche io, nel mio profondo, possiedo la mia dose di egoismo, meschinità, autoesaltazione e qualsiasi altro sentimento o pensiero negativo riusciate ad immaginare.
Ma non me ne vergogno più.
Venendo a contatto con le debolezze altrui ho imparato ad accettare le mie, di debolezze, e ho capito che per le persone che soccorro non è importante il perchè io faccia ciò che faccio.
Ho capito che posso essere meschino nel mio profondo e comunque dare aiuto, conforto e comprensione sinceri a coloro con cui vengo in contatto.
Volevo fare l'eroe salvando vite umane.
Ora ho capito che si può essere eroi anche tenendo la mano ad una persona spaventata.
No, non mi interessava aiutare gli altri: volevo solo fare l'eroe.
Due anni fa questa motivazione sarebbe rimasta ben nascosta nella mia testa, forse nascosta perfino a me stesso. Ora non più.
Ora so che nel profondo sono umano, non sono diverso da una ragazza spaventata nè da un uomo che ha perso ogni forza nè da un malato terminale circondato da estranei nè da ogni altro essere umano su questo pianeta.
Anche io, nel mio profondo, possiedo la mia dose di egoismo, meschinità, autoesaltazione e qualsiasi altro sentimento o pensiero negativo riusciate ad immaginare.
Ma non me ne vergogno più.
Venendo a contatto con le debolezze altrui ho imparato ad accettare le mie, di debolezze, e ho capito che per le persone che soccorro non è importante il perchè io faccia ciò che faccio.
Ho capito che posso essere meschino nel mio profondo e comunque dare aiuto, conforto e comprensione sinceri a coloro con cui vengo in contatto.
Volevo fare l'eroe salvando vite umane.
Ora ho capito che si può essere eroi anche tenendo la mano ad una persona spaventata.
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