Quando sono diventato volontario della croce rossa, io volevo fare l'eroe.
Volevo passare la notte in sede guardando la televisione fino all'inevitabile squillo del telefono con cui il 118 richiedeva il nostro intervento.Volevo correre verso l'ambulanza, zaino sanitario in spalla, pronto a prestare soccorso sul luogo di un incidente stradale, ad una persona colpita d'infarto oppure ad un bambino in fin di vita.
Mi immaginavo mentre praticavo il massaggio cardiaco oppure mentre estraevo dalle lamiere contorte un corpo esamine e sanguinante, fra parenti disperati ai quali dichiaravo con sicumera che tutto andrà per il meglio.
Immaginavo di trovarmi davanti a scene terribili, tragiche o sconvolgenti e, nonostante tutto, riuscire a mantenermi lucido e distaccato.
Mi immaginavo, alla fin fine, come gli eroi dei film che salvano vite e poi tornano a casa e chiaccherando del tempo, quasi che salvare vite fosse la norma.
Ovviamente non è così che succede
No, non mi sono fatto prendere dal panico: la fortuna di prestare servizio in croce rossa è che non si è mai soli.E no, la mia vita non è stata sconvolta da alcun paziente che ci è deceduto durante un intervento (anche se, purtroppo, è un'eventualità possibile).
Semplicemente succede che si matura.
Succede di intervenire sul luogo di un incidente stradale in cui due auto si sono scontrate ad un incrocio.
Nessuno dei due conducenti, gli unici coinvolti, ha ferite preoccupanti.La ragazza (uno dei due conducenti) viene trasportata in barella e con il collarino, ma è solo una precauzione: ha ricevuto il colpo dal fianco, quindi la remota possibilità di traumi c'è.
L'altro conducente, un ragazzo, è solo un pò agitato, ma con l'ambulanza li trasportiamo comunque entrambi al pronto soccorso.
Ed è così che tu, soccorritore, cominci a maturare: la ragazza comincia a piangere per lo spavento, mentre il ragazzo continua a ripetere che forse doveva stare attento, che è colpa sua, che gli dispiace.
Entrambi sono spaventati, si sentono in colpa, e nessuna delle tue competenze tecniche ti è d'aiuto: non c'è bisogno del massaggio cardiaco, non c'è bisogno dell'ossigeno.
C'è solo bisogno di comprensione e di capacità di ascoltarli. Ed è più difficile di quanto tu potessi immaginare fino a quel momento.
Succede di trasportare un paziente anziano dal pronto soccorso del tuo paese all'ospedale del paese vicino per degli esami.
Tu arrivi al pronto soccorso, movimenti il paziente da una barella all'altra come ti hanno insegnato a fare, lo porti in ambulanza e, mentre ti dirigi verso la tua destinazione, prendi i parametri vitali.La pressione è normale, anche la saturazione.
E anche se non lo fossero tu sei addestrato: hai l'ossigeno, hai il pallone ambu, hai il defibrillatore.
Sei pronto a tutto.
A tutto tranne allo sguardo di quest'uomo, lo sguardo di un'uomo che ha lavorato tutta una vita nei campi, che ha cresciuto e nutrito cinque figli senza mai tirarsi indietro e che ora, improvvisamente, non riesce nemmeno più a muoversi.
E tu, soccorritore, cominci a chiederti come deve sentirsi, quest'uomo, a dover dipendere in tutto e per tutto dagli altri.
Come ti sentiresti tu a non poter nemmeno andare in bagno da solo?
Succede di trasportare al pronto soccorso un paziente neoplastico con una crisi respiratoria.
Questo è facile, pensi: monitoraggio continuo dei segni vitali, somministrazione di ossigeno, eventuale rianimazione.
Questo lo sai fare, sei preparato.
Quello a cui non sei preparato è la persona che c'è dietro il termine "paziente".
Non sei preparato alla sua consapevolezza che, forse, questo sarà il suo ultimo viaggio.
Forse, addirittura, il suo ultimo viaggio finirà qui, sulla nostra barella, nell'ambulanza che corre a sirene spiegate, circordato da estranei.
Ma arrivi al pronto soccorso e lo passi in consegna ai medici e agli infermieri, mentre i parenti sono già in sala d'attesa.
Gli sguardi tuoi e del personale del pronto soccorso non lasciano molti dubbi su ciò che si pensa.
Poi saluti il paziente, torni in sede e per quella sera non ti chiamano più.
Così, finito il turno, te ne vai a dormire.
Questo lo sai fare, sei preparato.
Quello a cui non sei preparato è la persona che c'è dietro il termine "paziente".
Non sei preparato alla sua consapevolezza che, forse, questo sarà il suo ultimo viaggio.
Forse, addirittura, il suo ultimo viaggio finirà qui, sulla nostra barella, nell'ambulanza che corre a sirene spiegate, circordato da estranei.
Ma arrivi al pronto soccorso e lo passi in consegna ai medici e agli infermieri, mentre i parenti sono già in sala d'attesa.
Gli sguardi tuoi e del personale del pronto soccorso non lasciano molti dubbi su ciò che si pensa.
Poi saluti il paziente, torni in sede e per quella sera non ti chiamano più.
Così, finito il turno, te ne vai a dormire.
E poi, la mattina dopo, allo specchio cominci a vederti per come sei.
Ti guardi e cominci a vedere quella ragazza con la crisi di pianto, perchè forse anche tu in quella situazione saresti stato abbastanza scosso da piangere.
Oppure ti vedi quello sguardo umiliato di chi non può andare più in bagno da solo ed è costretto a farsi pulire da un estraneo.
E vedi anche quello sguardo assieme rassegnato, spaventato e speranzoso di un malato terminale, perchè con un cancro in fase terminale anche tu ti attaccheresti con le unghie ad ogni briciola di folle speranza ben sapendo che comunque perderai.
Capisci che noi uomini e donne, e tu sei fra questi, non siamo così forti e sicuri come amiamo credere, che siamo andati sulla luna ma abbiamo ancora paura del buio.
Capisci che oggi ti senti padrone del mondo, ma domani di questa avventura meravigliosa e terribile chiamata vita potresti essere un passeggero se non, addirittura, un bagaglio.
Capisci che tu, sì proprio tu, in fondo in fondo non sei così superiore come ti piace raccontarti nel segreto dei tuoi pensieri.
Capisci che, un giorno, potrebbe capitare a te di avere attorno un gruppo di estranei con delle divise arancioni ed i guanti chirurgici alle mani che per un qualche motivo ti palpano ovunque, ti spogliano, ti girano da una parte all'altra e poi mettono in barella e ti portano in giro come un sacco perchè sei troppo debole anche per respirare.
Oppure ti vedi quello sguardo umiliato di chi non può andare più in bagno da solo ed è costretto a farsi pulire da un estraneo.
E vedi anche quello sguardo assieme rassegnato, spaventato e speranzoso di un malato terminale, perchè con un cancro in fase terminale anche tu ti attaccheresti con le unghie ad ogni briciola di folle speranza ben sapendo che comunque perderai.
Capisci che noi uomini e donne, e tu sei fra questi, non siamo così forti e sicuri come amiamo credere, che siamo andati sulla luna ma abbiamo ancora paura del buio.
Capisci che oggi ti senti padrone del mondo, ma domani di questa avventura meravigliosa e terribile chiamata vita potresti essere un passeggero se non, addirittura, un bagaglio.
Capisci che tu, sì proprio tu, in fondo in fondo non sei così superiore come ti piace raccontarti nel segreto dei tuoi pensieri.
Capisci che, un giorno, potrebbe capitare a te di avere attorno un gruppo di estranei con delle divise arancioni ed i guanti chirurgici alle mani che per un qualche motivo ti palpano ovunque, ti spogliano, ti girano da una parte all'altra e poi mettono in barella e ti portano in giro come un sacco perchè sei troppo debole anche per respirare.
Volevo fare l'eroe.
Quando sono diventato volontario della croce rossa, io volevo fare l'eroe, volevo salvare vite umane come si vede fare nei film.
No, non mi interessava aiutare gli altri: volevo solo fare l'eroe.
Due anni fa questa motivazione sarebbe rimasta ben nascosta nella mia testa, forse nascosta perfino a me stesso. Ora non più.
Ora so che nel profondo sono umano, non sono diverso da una ragazza spaventata nè da un uomo che ha perso ogni forza nè da un malato terminale circondato da estranei nè da ogni altro essere umano su questo pianeta.
Anche io, nel mio profondo, possiedo la mia dose di egoismo, meschinità, autoesaltazione e qualsiasi altro sentimento o pensiero negativo riusciate ad immaginare.
Ma non me ne vergogno più.
Venendo a contatto con le debolezze altrui ho imparato ad accettare le mie, di debolezze, e ho capito che per le persone che soccorro non è importante il perchè io faccia ciò che faccio.
Ho capito che posso essere meschino nel mio profondo e comunque dare aiuto, conforto e comprensione sinceri a coloro con cui vengo in contatto.
Volevo fare l'eroe salvando vite umane.
Ora ho capito che si può essere eroi anche tenendo la mano ad una persona spaventata.
No, non mi interessava aiutare gli altri: volevo solo fare l'eroe.
Due anni fa questa motivazione sarebbe rimasta ben nascosta nella mia testa, forse nascosta perfino a me stesso. Ora non più.
Ora so che nel profondo sono umano, non sono diverso da una ragazza spaventata nè da un uomo che ha perso ogni forza nè da un malato terminale circondato da estranei nè da ogni altro essere umano su questo pianeta.
Anche io, nel mio profondo, possiedo la mia dose di egoismo, meschinità, autoesaltazione e qualsiasi altro sentimento o pensiero negativo riusciate ad immaginare.
Ma non me ne vergogno più.
Venendo a contatto con le debolezze altrui ho imparato ad accettare le mie, di debolezze, e ho capito che per le persone che soccorro non è importante il perchè io faccia ciò che faccio.
Ho capito che posso essere meschino nel mio profondo e comunque dare aiuto, conforto e comprensione sinceri a coloro con cui vengo in contatto.
Volevo fare l'eroe salvando vite umane.
Ora ho capito che si può essere eroi anche tenendo la mano ad una persona spaventata.
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